venerdì 8 agosto 2014

VOLERE IL BENE...

"Non fare del male a nessuno,ma aiuta tutti, per quanto puoi! (Schopenhauer)
Un giorno una mia amica mi chiese se volere bene tanto potesse fare del  male alle persone care. Le risposi che il volere bene alle persone, il volere bene e il bene non può mai fare del male a nessuno. La fonte del male è l'egoismo e la possessività non il bene. Cara amica mia  attenta, perchè il volere bene può fare compiere delle imprudenze che potrebbero ferire le persone. Le persone e le relazioni sono come i fiori di campo, si osservano, si accarezzano, si odorano, si contemplano nella loro bellezza ma attenti perchè può succedere che nella passione di volerli proteggere, si rischia di  sciuparli e stritolarli con le nostre mani.
  ( "Come è difficile navigare nel mare della complessità delle relazioni significative, come è difficile volere bene in punta di piede le persone care senza violare la loro libertà...")

giovedì 7 agosto 2014

SE QUESTA VITA FOSSE TUTTO UN SOGNO

"Meditare bisogna su ciò che procura la felicità, poichè inverso se essa c'è  abbiamo tutto, se essa non c'è facciamo tutto per possederla. (Epicuro)
La felicità la si coglie nell'attimo fuggente di un'emozione, nel sorriso di un bambino, nel dono di un abbraccio, nella carezza di una persona che vuoi/ti vuole bene, nel volere il bene delle persone per te significative, nel volere il Bene, nel volere Bene ma anche nel sentirsi voluti bene... (cosa significa volere bene? Sta tutto qui il mistero e il segreto della felicità capire cosa vuol dire "ti voglio Bene".)

SE FOSSE TUTTO UN SOGNO?

"Se togli la vista, il conversare, l'assiduo contatto, si estingue la passione d'amore" (Epicuro)
Se non si coltivano le relazioni significative si rischia di fare appassire la passione e l'amore per il bello, per il bene, per le persone e tutto rischia di scorrere come un fiume senza meta, si rischia di lasciarsi vivere navigando senza bussola rischiando  di andare alla deriva...se non si coltiva la relazione si inaridisce la sorgente delle emozioni...
"Il frutto più grande del bastare a se stessi è la libertà" (Epicuro)
Se a un uomo gli togli la libertà gli togli la vita. un uomo senza libertà è come un fiore reciso e come un fringuello in gabbia e come te quando ti lasci vivere perchè si è inaridita la tua sorgente delle emozioni. Un uomo senza libertà è un essere senza vita!

venerdì 4 aprile 2014

LA COSTRUZIONE DI UNA BUONA RELAZIONE EDUCATIVA A SCUOLA

La scuola è un luogo primario dove si costruiscono relazioni educative, finalizzate all’implementazione di percorsi per un apprendimento significativo. L’insegnante a scuola è un maestro che deve indicare direzioni di senso per educare alla vita. Questo processo educativo si esplica all’interno di una relazione significativa tra l’educatore e gli allievi, infatti, non ci può essere educazione buona senza una significativa relazione. L’insegnante per educare deve donare qualcosa di se stesso, ne consegue per l’educatore un’assunzione di responsabilità, un atteggiamento di gratuità e un esercizio sapienziale. L’educazione non è un processo unidirezionale, gli attori, docenti e alunni, vivono all’interno di un sistema, famiglia-scuola-società, che deve qualificarsi sempre di più come “comunità educante” secondo il paradigma del “sistema formativo integrato”. La scuola come parte di una “comunità educante” deve presentare la conoscenza non come sequela ma come realtà che dipana a percorsi di umanità e di amore per la costruzione dell’identità culturale, etica, religiosa, politica e sociale. Gli educatori all’interno di un sistema-scuola, integrato, inclusivo e integrante, sono chiamati ad apprendere l’arte d’insegnare, di sapersi relazionare, di saper ascoltare, di saper amare i propri studenti e il proprio ambiente di lavoro. Cordialità e sorriso nella carità devono rappresentare i punti fermi dell’agire didattico del docente di oggi, chiamato a gestire dinamiche educative complesse all’interno di un sistema-scuola complesso. Egli è invitato a fare in modo che si passi dalla complessità delle dinamiche educative e socio-relazionali alla “semplessità” dell’atto educativo e didattico che non vuol dire semplificazione e minimizzazione dei contenuti e degli obiettivi. Si tratta, invece, di creare le condizioni migliori perché sia agevole il processo di apprendimento. Con altre parole, la semplessità comporta la creazione di occasioni di apprendimento progettate secondo la logica dell’individualizzazione e della personalizzazione. Oggi si fatica a riconoscere la scuola come luogo di vita dove gli studenti possono fare esperienza vitale, un luogo dove ci si va volentieri perché realtà significativa per la vita. Si chiede alla scuola di essere sistema di relazioni, attenta alla persona e alla storia personale di ogni alunno, realtà che sa interpretare e facilitare il processo di crescita, quindi una comunità capace di orientare gli studenti tracciando traiettorie per l’avvio a percorsi di conoscenza e inserimento nella società. Di conseguenza per l’agire didattico è importante:
-          sostenere i bisogni educativi e formativi degli alunni;
-          capire e prevedere la giusta distanza nel rapporto educativo;
-          promuovere l’autonomia e la responsabilità;
-          individualizzare e personalizzare i percorsi di apprendimento;
-          promuovere l’accoglienza e l’inclusività, affinchè la scuola sia di “tutti e di ciascuno”.

In un tale contesto all’insegnante è chiesta competenza culturale, pedagogica-didattica, psicologica. A livello culturale si chiede la capacità di sapere adattare i contenuti disciplinari al contesto di riferimento e ai destinatari dell’intervento formativo; la competenza pedagogica-didattica vuole un docente che abbia contezza e padronanza delle metodologie didattiche e pedagogiche da utilizzare nell’azione educativa; la dimensione psicologica attiene al saper essere capace di entrare in relazione con lo studente in un rapporto empatico, vuol dire saper cogliere il bisogno educativo, emotivo e affettivo dell’alunno. Una riflessione critica e attenta ci fa prendere consapevolezza che l’apprendimento è faticoso ma anche l’insegnamento implica delle difficoltà e delle fatiche che se non sono gestite opportunamente può condurre all’attivazione di un circolo vizioso dove ci si fa del male. Allora, ci pare importante sottolineare che bisogna recuperare il giusto legame tra conoscenza-educazione-affettività, all’interno di una relazione significativa tra docente e allievo che deve condurre a un’esperienza importante perché emotivamente coinvolgente, di conseguenza l’apprendimento diventa significativo perché mi cambia dentro, perché lascia nell’alunno il segno di un’esperienza emotivamente coinvolgente. L’insegnante a scuola prima ancora di gestire conoscenze è chiamato a gestire relazioni, la sua professionalità è di tipo relazionale. La relazione implica reciprocità che nell’atto educativo significa capacità di donarsi agli alunni attraverso l’azione didattica ma anche ricevere dagli alunni gli stimoli per continuare a essere un punto fermo nell’indicare la strada verso la meta dello sviluppo delle competenze necessarie per inserirsi nella società della conoscenza.

giovedì 28 novembre 2013

IL CONTRIBUTO DELL’IRC PER UNA “BUONA SCUOLA”



Definire un’idea generale di “buona scuola” non è semplice. Allo stesso tempo, però, è importante definire un’idea generale di “buona scuola”, per esplicitare la direzione da perseguire nella pianificazione dell’offerta formativa che tenga conto, sia dei contesti sociali di riferimento, sia dei bisogni educativi degli alunni. Un’adeguata esplicitazione di cosa è una buona scuola contribuisce a definire meglio i percorsi di apprendimento e i relativi processi di valutazione delle scuole. Una “buona scuola”è una realtà educativa che riesce a implementare una modalità di funzionamento originale che consente di raggiungere determinati esiti. Gli esiti finali sono riferibili al successo formativo degli alunni, che deve essere perseguito in riferimento allo sviluppo armonico e integrale della persona. L’opinione pubblica si aspetta che, attraverso i processi di apprendimento sviluppati a scuola, in sinergia con le esperienze educative e formative nell’extra scuola, in famiglia e nella comunità sociale, ogni alunno sia in grado di poter affrontare con responsabilità e autonomia la vita quotidiana. Un punto fermo comune e condiviso dalla comunità europea è rappresentato dalle “competenze chiave di cittadinanza”. Dunque, una “buona scuola” ha l’obbligo di creare le condizioni necessarie per consentire lo sviluppo di competenze di qualità che facciano degli alunni uomini liberi, capaci di perseguire e promuovere il bene comune. Oggi, la comunità europea è concorde nell’affidare alle scuole il compito di promuovere lo sviluppo delle competenze. Questo è un compito prioritario per la scuola, per i docenti che vi operano e per tutte le discipline, compresa l’IRC. Pertanto, anche l’insegnamento della religione cattolica è chiamato a dare un contributo per promuovere la “scuola buona” dell’apprendimento significativo che, nello svolgersi del tempo, genera nell’alunno lo sviluppo delle competenze. Possiamo affermare che l’IRC, per le sue peculiarità epistemologiche, si inserisce a pieno titolo nella scuola come “avamposto educativo”, perché si pone con responsabilità come risposta agli interrogativi di senso degli studenti, fornendo un valido contributo educativo nell’incontro dei giovani con le loro dimensioni esistenziali. L’IRC, nella scuola delle competenze, costituisce un’unità di forze schierate nel mare della complessità, per potenziare la dimensione educativa nella formazione delle giovani generazioni. L’IRC è una disciplina che «concorre alla formazione globale della persona e permette di trasformare la conoscenza in sapienza di vita» (Benedetto XVI). Il contributo che l’insegnamento della religione cattolica deve fornire per la costruzione di una “buona scuola” e quello di essere “Sale e Luce” nella complessità di una società disorientata che ha imboccato la strada di un certo oscurantismo culturale. L’insegnamento della religione cattolica deve concorre alla realizzazione di una scuola a misura di uomo, una scuola delle competenze chiamata a formare cittadini e uomini per il futuro del mondo.

venerdì 28 giugno 2013

IDENTIKIT DEL CRISTIANO




Il cristiano è colui che nel battesimo ha ricevuto una nuova umanità centrata e fondata sull’amore. Gesù nella sua vita terrena ha presentato un Dio che ama l’uomo incondizionatamente. Egli ci rivela un Dio misericordioso che ha un’attenzione amorosa verso i suoi figli, la parabola del “Padre misericordioso” è un esempio significativo di questo suo amore per tutti gli uomini. Nell’evento pasquale Gesù manifesta il senso dell’amore di Dio. La Pasqua di Resurrezione inaugura la nuova umanità, fatta di uomini pieni di Spirito vivificante che in Cristo Risorto hanno ricevuto la vita nuova. Questa nuova umanità nasce nel segno dell’amore, infatti, Cristo alla vigilia della sua morte affida ai discepoli il comandamento nuovo: «…che vi amiate gli uni gli altri». Questo tipo di amore cui è chiamato il cristiano non è secondo la logica umana, ma scaturisce dalla sorgente del cuore del credente originata dalla forza dello Spirito donato da Gesù a tutti i battezzati. L’agire morale del cristiano è fondato sulla carità, egli si distingue dalla logica del mondo perché, sull’esempio di Gesù, è colui che ama per primo e gratuitamente. San Paolo, infatti, ci insegna che: per coloro che amano la legge è superflua, perché nelle loro azioni quotidiane i cristiani sono guidati dalla legge dello Spirito impressa nei loro cuori, legge di verità, di giustizia, di pace, di comunione e di amore. I santi ci testimoniano che il cristiano deve essere pieno di amore per essere il primo in umanità. «la misura dell’amore è di amare senza misura» (S. Bernardo). I santi e tanti cristiani hanno compreso che la via della salvezza, della felicità, della pace, della giustizia, della civilizzazione dei popoli è quella del “Comandamento Nuovo”. L’amore è il segreto della felicità, lo stesso amore che Dio ha riversato nel cuore dei credenti, affinché ogni cristiano sia capace di amare come Lui. È difficile amare come ama Dio, ma il credente non deve avere la presunzione di portare la croce da solo, né di salvare il mondo; egli è solo uno strumento che deve testimoniare l’amore di Cristo per l’umanità, la croce la porta Lui e il mondo è Lui che lo salva. Per questo motivo il cristiano deve continuamente crescere, convertirsi, impegnarsi, praticare le virtù, in altri termini, deve essere trasparente come il cristallo per fare passare la luce di Cristo. Dobbiamo essere umili strumenti nelle mani di Dio, affinché attraverso le nostre azioni quotidiane risplenda nel mondo la luce vera di Cristo. “È lui la via, la verità, la vita!” È Lui che deve crescere, che deve emergere, se saremo capaci di farci strumento per Cristo, per la sua gloria, riceveremo già in questa vita la ricompensa per quello che abbiamo dato. Quindi, anche gloria, rispetto, onore, ma quello che agogniamo non è la gloria in questo mondo, ma la vita eterna nel Regno di Dio, dove saremo beati fra i Beati, dove Cristo ci ha preparato un posto di prestigio tutto per noi. Pertanto, le caratteristiche del cristiano e lo stile di vita che deve avere sono sintetizzate nell’inno alla Carità. Le parole di San Paolo sono una guida per chiunque voglia comprendere il senso dell’amore di Cristo e il significato profondo dell’agire morale del cristiano. Per un’autentica umanità la via da percorrere è quella del discorso della montagna, le beatitudini rappresentano un cammino di liberazione dalla menzogna, dall’egoismo, dalla violenza, dal potere e dalla morte. Gli uomini possono fondare la propria felicità su aspetti mondani della vita, sul proprio potere oppure sul comandamento dell’amore, quindi sul vangelo di Gesù Cristo. Nel battesimo siamo stati chiamati a essere uomini nuovi per una rinnovata umanità, dunque, nella logica evangelica siamo invitati a essere cittadini degni del vangelo, capaci di lasciare trasparire in tutte le relazioni quotidiane la luce vera di Cristo! In Lui siamo stati rigenerati, siamo diventati uomini nuovi che sanno mettere mano all’aratro della vita per vangare l’umanità ancora incolta e gettarvi il seme del vangelo di Cristo! Questa missione non è solitaria, non riguarda i preti e qualche laico, ma l’intera comunità ecclesiale. Il cristiano non può chiudersi nel solipsismo della sua presunta fede e religiosità, ma è chiamato ad aprirsi al cammino della Chiesa. Una Chiesa che è comunità ministeriale, infatti, tanti sono i ministeri e i carismi all’interno della Chiesa, ma una sola è la missione; tante sono le membra che la compongono, ma uno solo è il Capo, Cristo Signore! A Lui lode, onore e gloria! Lui deve crescere e noi diminuire, perché “guardando a colui che hanno trafitto” tutti gli uomini abbiano la salvezza.

giovedì 30 maggio 2013

Educare oggi alla corresponsabilità



 Nella Bibbia il termine che meglio si avvicina al concetto di responsabilità è quello di “Custodia”.
Custodire vuol dire stare accanto a qualcuno con rispetto e amore, accompagnarlo nel suo cammino, coltivare la sua vita come bene assoluto, perché l’altro è un dono di Dio per noi (Nella cultura tribale il dono è pegno, simbolo di un legame, segno visibile della relazione tra due persone o fra tribù).  Se l’altro è dono di Dio per me, vuol dire che questa persona a cui devo stare accanto è il segno, il “pegno” dell’amicizia, della relazione tra me e Dio. Per questo motivo uno è custode dell’altro, responsabile della sua vita di fronte a Dio. Questa responsabilità non riguarda solo alcuni aspetti della vita dell’altro, ma la sua intera esistenza. Essere immagine e somiglianza di Dio significa, pure, essere custodi del creato, così come lo è Dio. L’atto del custodire è di noi cristiani, ma anche di tutta l’umanità. All’origine non ci sono cristiani e non cristiani, ma c’è l’uomo, maschio e femmina, quindi, è l’intera umanità che è chiamata a custodire il creato. La custodia è la chiamata a una responsabilità morale che investe ogni essere umano, in particolare i cristiani. Questo atto è molteplice: “ siamo chiamati a custodire Cristo nella nostra vita, per custodire gli altri, per custodire il creato”.  Seguendo gli insegnamenti di Papa Francesco, concretamente, è importante custodire le persone, ogni persona, e averne cura con amore. Avere cura l’uno dell’altro in famiglia, nella scuola, nella città, nei luoghi di lavoro, in parrocchia, in ogni luogo dove ci sono persone. È importante vivere con cura e sincerità tutte le relazioni, che sono un reciproco custodirsi nella confidenza, nel rispetto e nel bene. Non dobbiamo mai guardare a quello che potrebbe dividerci, ma a ciò che ci unisce, quello che ci fa essere figli, fratelli, amici in Cristo, per Cristo e con Cristo! Siamo chiamati, allora, a riflettere, seriamente, sull’importanza di “custodire e coltivare la vita”, per essere responsabili gli uni degli altri.  «L’uomo è custode del creato, dell’altro e di Dio, Egli, a sua volta, custodisce l’uomo in modo particolare nel suo Popolo, la Chiesa dell’Amore.». “Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo figlio unigenito”. Ai battezzati è chiesto soltanto di essere testimoni di questo amore, adulti significativi, corresponsabili nell’opera di evangelizzazione. Questa chiamata per i soci di Azione Cattolica rappresenta l’ordinarietà della realtà associativa che si dipana nella quotidianità della vita, vissuta in tutte le relazioni con impegno e servizio per il bene comune. L’Azione cattolica è chiamata, in forza della sua singolare forma di ministerialità laicale, a farsi custode del mondo, per “abitarlo da figli” responsabili sempre al servizio dell’uomo, della Chiesa, dell’educazione, in comunione con tutti gli uomini e i nostri pastori.