L’attivismo pedagogico ha prospettato una scuola laboratorio capace di formare cittadini democratici in grado di poter gestire la società, che è in continuo cambiamento. Dewej concepiva la scuola come “volano della società” e luogo dove si impara a esercitare la democrazia. Quindi, potremmo dire, una scuola concepita come laboratorio per l’esercizio della democrazia e della convivenza civile dove si impara a essere cittadini attivi per una cittadinanza planetaria. Essere cittadini attivi vuol dire essere persone competenti, capaci di saper gestire i vari ambiti della società moderna, democratica e liberale. Gli stati moderni hanno affidato alla scuola questo compito. Dunque, la presenza attiva degli studenti a scuola dovrebbe permettere loro di fare un’esperienza formativa significativa, al fine di fare sviluppare le necessarie competenze di “cittadinanza”. Posiamo dire che non solo la presenza a scuola ma anche tutto ciò che è collaterale all’esperienza formativa nelle aule, ad esempio: progetti vari, stage, visite guidate, ecc. Queste esperienze sono state viste sempre come opportunità di crescita e potenziamento delle ordinarie attività didattiche, che, se opportunamente progettate e ben organizzate, porterebbero, realmente, a un potenziamento dell’azione formativa ordinaria. Tutto serve e tutto è buono, purché funzionale all’azione formativa d’aula. L’azione didattica è significativamente formativa se è posta nella giusta tensione tra l’aula e l’extra-aula, diversamente si perde la significatività dell’azione didattica messa in essere. In altri termini, stare troppo in aula genera nella scuola un intenso odore di “muffa”, al contrario lo stare troppo fuori dall’aula fa inaridire la mente dei giovani studenti. Don Milani diceva che “la scuola è l’unica differenza tra l’uomo e gli animali”. Quindi, è a scuola che si forgiano le menti per poi lanciarli nel mondo temprati e pronti per saper guidare la società. Sono dunque le aule le fucine della formazione e dell’educazione, ma se le aule cominciano a odorare di “muffa” vuol dire che in esse non arde più la brace della formazione per forgiare le giovani menti, di conseguenza, assistiamo impotenti a un progressivo inaridimento delle menti degli studenti, sempre più spesso fagocitati da una società che li vuole consumatori e fruitori di “prodotti-servizi”, piuttosto che attori-protagonisti e volano della società contemporanea.
BLOG PERSONALE DI GUGLIELMO BORGIA. Questo blog nasce come spazio dedicato alla condivisione di idee, progetti, esperienze sull'educazione e la formazione. Un'attenzione particolare è rivolta al rapporto tra educazione e nuovi media
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mercoledì 22 aprile 2026
domenica 27 novembre 2022
LO STILE EDUCATIVO DELL'EDUCATORE SIGNIFICATIVO
Una persona che ha scelto di essere un insegnante ha fatto l’opzione fondamentale di essere un educatore per sempre. Questo significa che ha scelto di abitare la marginalità dell’educazione, per trarre fuori dal fango della fragilità umana e del disaggio esistenziale i Giovani, gli adolescenti, i tanti ragazzi e fanciulli a cui si rivolge la suo opera educativa. Ovviamente tutto ciò ha delle conseguenze e un prezzo da pagare. Affondare le mani nel fango esistenziale in cui si trovano molti giovani significa anche prendersi addosso gli schizzi della melma malefica in cui si trovano, non certo a causa loro ma di un’adultità immatura, pregiudizievole, invidiosa della loro giovinezza, che li ha resi schiavi della loro fragilità.
giovedì 19 marzo 2020
PRUDENZA, RIGORE E DISCIPLINA
In questo periodo stiamo attraversando un momento di emergenza a causa della minaccia esterna di un essere chiamato Covid-19 o coronavirus. L’emergenza è da intendersi come una situazione di crisi o pericolo da affrontare con tempestività e risolutezza, ovviamente ciò non significa che si è in pericolo di morte senza nessuno scampo. Quindi, le situazioni di emergenza vanno affrontate con prudenza, rigore e disciplina, in maniera tempestiva e risoluta, al fine di arginare subito il pericolo ed evitare di generare la sua crescita esponenziale e l’insorgenza di altre situazioni correlate al pericolo primario. Di fronte a qualsiasi minaccia l’essere umano prova paura, questa è un’emozione forte che porta l’individuo ad attivare comportamenti per evitare e contrastare l’insidia. Le misure per contrastare la minaccia vanno sempre compiute con prudenza, rigore e disciplina, Goleman direbbe usando l’intelligenza emotiva, in altri termini, senza mai perdere la lucidità. Potremmo dire che la paura porta l’uomo a concentrare tutte le energie affinché il cervello possa attivare razionalmente atteggiamenti idonei a evitare il pericolo e contrastare la minaccia, superando così ciò che potrebbe attentare all’ incolumità della persona. Quando invece l’uomo vive e percepisce la minaccia con terrore la paura si può trasformare in isterismo o in panico. Quindi, più si percepisce la minaccia con terrore più aumentano gli atteggiamenti isterici, con conseguente perdita del controllo razionale delle proprie azioni. Il termine terrore significa senso intenso e sconvolgente di paura o di spavento, pertanto, se si percepisce la minaccia come terrore nel soggetto avviene uno sconvolgimento psicologico che lo può condurre alla perdita di lucidità e di razionalità, condizioni necessarie invece per prendere decisioni e assumere atteggiamenti idonei per evitare e fronteggiare la minaccia. Goleman direbbe che deve entrare in gioco la nostra intelligenza emotiva per gestire al meglio i nostri atteggiamenti e le nostre azioni. Chi ricopre un ruolo istituzionale o di responsabilità, a qualsiasi livello, ma anche semplicemente per il solo fatto di essere un adulto, non si può permettere di percepire la minaccia con terrore e assumere atteggiamenti minacciosi, inquietanti, isterici nei confronti di coloro di cui deve prendersi cura. Tutti, in particolare chi ricopre ruoli specifici, abbiamo il dovere giuridico ed etico di infondere fiducia e serenità, promuovere atteggiamenti prudenti, rigorosi e disciplinati, che non vuol dire prendere alla leggera la minaccia, significa invece informare, educare, istruire le persone a saper gestire l’emergenza con intelligenza, senza terrore, panico, isterismo. In altri termini, tutti, e ribadisco soprattutto chi ricopre ruoli istituzionali, abbiamo il compito di correggere, ammonire, spiegare con rigore e disciplina le regole, senza aggredire le persone, senza repressione, né minacce, né terrore. In altri termini, con pazienza, costanza, e senza mai stancarsi, non ce lo possiamo permettere anche se si è allo stremo. In parole semplici, senza terrorizzare le persone, spiegare che il rischio è quello di mandare in tilt la Nazione in tutti i settori dello Stato. Dunque, la paura di fronte a questo virus deve spingerci a fronteggiare la sua minaccia con prudenza, rigore e disciplina, senza mai perdere il lume della ragione! Scrivo queste cose perché in questi giorni, ascolto, vedo e assisto a situazioni surreali e discordanti rispetto a quanto previsto dai decreti, dalle fonti autorevoli e ufficiali (per fonti autorevoli si intende esclusivamente: Viminale, Presidenza dei ministri, Capo della Protezione Civile, Istituto Superiore di Sanità, Ministero della salute). Mi chiedo se tutti, a vario titolo, abbiamo attinto le informazioni direttamente da queste fonti, oppure agiamo per sentito dire… In situazione di minacce e di emergenza è fondamentale leggere o sentire le informazioni direttamente dalle fonti ufficiali, quelle primarie e non quelle secondarie! Ripeto con enfasi che è importante attingere le informazioni da queste fonti, perché sono quelle non mediate da altri, sono quelle che forniscono le giuste informazioni per assumere quel necessario atteggiamento di prudenza, rigore e disciplina, viceversa, attingendo informazioni da fonti secondarie, anche se istituzionali, il rischio è quello di non avere la garanzia dell’integrità e attendibilità dell’informazione, finendo con il percepire la minaccia come terrore! Di conseguenza, il risultato potrebbe essere la perdita della razionalità negli atteggiamenti e nelle azioni da attuare per il raggiungimento di un proficuo risultato. La minaccia non si fronteggia con il terrore ma con la Ragione, però questa è una facoltà intellettiva che occorre nutrire con il cibo della cultura e allenare con l’esercizio costante dello studio che deve essere sempre attuato come virtù, come dovere civico, per il bene del singolo e della collettività.
giovedì 21 novembre 2019
EDUCARE SEMPRE!
“Nella scuola il maestro deve andare ben preparato certamente, egli deve leggere a casa, aggiornarsi, abituarsi alla cultura più aperta possibile. Ma deve andare a scuola per incontrarvi delle anime, e non per cercare orecchi; deve portare nella scuola la vita; quella che vi portano i fanciulli con la loro esperienza.”
G.Lombardo Radice
Alle parole di Radice si può aggiungere anche che nell'incontro didattico il maestro deve costruire relazioni significative, volte al più alto e qualificato apprendimento dei suoi allievi, sempre e comunque, senza se e senza ma, fino alle estreme conseguenze, anche quando, nel fluire del processo didattico, questi ti graffiano l’anima; non lo fanno, si vuole sperare, per cattiveria, lo fanno solo perché la loro anima, la loro mente, il loro intelletto sono inselvatichiti. Sono come quei felini abbandonati nella selva, i quali come primo istinto di rabbia per l'abbandono, per la fame, il freddo patito, azzannano per primo il loro soccorritore, non consapevoli che questi con il suo sostegno vuole solo attivare in loro un processo emancipativo frutto di amorevole cura. Pazienza, bisogna solo attendere che la luce del sapere trasposto in essi illumini il loro grezzo intelletto, la loro fioca ragione e la loro tenera anima, affinché così nel fluire del tempo, si spera, possano uscire dallo loro condizione di minorità ed elevarsi alle vette più alte del successo formativo. Chi ha scelto di essere educatore deve essere consapevole e accettare che nella sua opera educativa non ci saranno solo lodi ma anche, e forse a volte solo, graffi che faranno sanguinare la sua anima! La sua speranza è tutta riposta nel fatto che da queste sue ferite possa sgorgare fertile sangue formativo per la crescita sociale e l’emancipazione dei suoi allievi.
giovedì 11 ottobre 2018
I PALADINI DELLA “IL-LEGALITÀ”
«L’uomo della
post-modernità vive in una condizione di frammentarietà di valori, idee,
relazioni, egli ha perso la centralità del suo essere nel mondo come artefice
del proprio destino e di quello della comunità. Pertanto, bisogna recuperare la
dimensione etica del vivere civile attraverso una relazione soggettiva con la
comunità intersoggettiva, ponendo il bene comune come fondamento centrale della
convivenza civile.»[1]
Pertanto, in questa
situazione, purtroppo, si assiste all’emergere sempre più incalzante dei
cosiddetti Paladini della “legalità”, i quali, forti del loro pensiero debole,
alimentatosi dentro un certo oscurantismo culturale di ritorno, si ergono a
difensori dell’ordine contro il presunto disordine, a lottatori contro ogni
presunta forma di ingiustizia e di illegalità. Questi paladini della “il-legalità”
si sono dati una missione, quella del nulla, giustizieri del vuoto culturale,
promotori della confusione, contestatori di tutto, diffusori, sostengono loro,
di quei valori e virtù della laicità che in realtà misconoscono o ignorano del
tutto. Questi paladini, fautori di
illegalità, diffusori di una mediocrità culturale, generatori di confusione e
disorientamento si mimetizzano dietro una certa forma di laicità, in realtà
sono una sottospecie “transgenetica” di laicisti. Il laicismo è definito dal
dizionario Treccani come: “ogni posizione
che voglia garantire l’autonomia culturale e politica degli individui e delle
organizzazioni contro i tentativi di imporre, attraverso il potere statale,
concezioni filosofiche, religiose, politiche e sociali proprie di particolari
gruppi.” Questi Paladini della “il-legalità” in realtà sono solo dei contestatori di tutto e tutti,
non gli va bene nulla, tutto è ingiusto e illegale perché non conforme alla
loro bramosia narcisistica. In sintesi, vanno sempre in cerca di un momento di gloria
che solo una vuota contestazione gli può dare. Se li osservi bene non si fanno
troppi scrupoli quando c’è da difendere il loro interesse, a quel punto tutto
diventa lecito, perseguibile, giusto, perché il “fine giustifica i mezzi”. Sono
quelli che minimizzano su tutto quando si tratta di loro, si lasciano andare a
vizi e forme di nefandezze senza tanti scrupoli, perché nella sfera privata
nessuna legalità è imposta, quella vale solo per gli altri, l’appello alla
legalità vale solo quando c’è da destabilizzare un sistema perché dalla
confusione loro ne traggono godimento, è il luogo del non pensiero che
perseguono, la loro missione consiste nella diffusione del pensiero debole. Cosa
dire ancora? Meno male che esistono questi paladini, altrimenti vivremmo tutti
come primitivi incivili e illegali, dovremmo ringraziarli perché tentano di
riportarci sulla retta via…allora voglio dedicare a loro, perché solo questo
meritano, la canzone di F. Gabbiani, “PACHIDERMI E PAPPAGALLI”, potrebbe essere
il loro “manifesto”!
[1] BORGIA G., La convivenza democratica: idee e
prospettive degli studenti, degli insegnanti e dei genitori. I risultati di
un’indagine-ricerca, In Formazione e Insegnamento. Rivista internazionale
di scienze dell’educazione e della formazione. Anno XV supplemento N° 2 2017,
Pensa MultiMedia s.r.l., Lecce 2017, 221-222.
venerdì 24 luglio 2015
il mondo al rovescio
Il mondo di oggi sembra procedere
al rovescio….Le persone dicono di volere la giustizia e il bene, si lamentano,
imprecano e vogliono un mondo giusto. In realtà, però, voglio vivere nel mondo delle ombre e non
valicare il muro che le separa dalla realtà….perchè la realtà è troppo vera per
essere vissuta, meglio il mondo delle illusioni e delle ombre. Meglio “il mondo
al rovescio” dove:
I delinquenti sono considerati galantuomi….
I truffatori persone che ci sanno
fare….
I mediocri persone affidabili….
Quelli che credono nel bene e nella
giustizia ingenui…
Chi reclama i propri diritti un polemico...
Il giusto un presuntuoso!
Chi reclama i propri diritti un polemico...
Il giusto un presuntuoso!
domenica 18 gennaio 2015
Oltre il muro della mediocrità
Il dolore di ieri è la forza di oggi! Ci serve per affrontare le fatiche che la vita ci riserva ancora. Il dolore che le vicende quotidiane ci procurano deve darci la forza per spingerci oltre il muro della caducità umana per vivere nel mondo reale e non il quello delle ombre e dell'illusione!
giovedì 30 maggio 2013
Educare oggi alla corresponsabilità
Nella Bibbia il
termine che meglio si avvicina al concetto di responsabilità è quello di
“Custodia”.
Custodire vuol
dire stare accanto a qualcuno con rispetto e amore, accompagnarlo nel suo
cammino, coltivare la sua vita come bene assoluto, perché l’altro è un dono di
Dio per noi (Nella cultura tribale il
dono è pegno, simbolo di un legame, segno visibile della relazione tra due
persone o fra tribù). Se l’altro è
dono di Dio per me, vuol dire che questa persona a cui devo stare accanto è il
segno, il “pegno” dell’amicizia, della relazione tra me e Dio. Per questo
motivo uno è custode dell’altro, responsabile della sua vita di fronte a Dio.
Questa responsabilità non riguarda solo alcuni aspetti della vita dell’altro,
ma la sua intera esistenza. Essere immagine e somiglianza di Dio significa,
pure, essere custodi del creato, così come lo è Dio. L’atto del custodire è di
noi cristiani, ma anche di tutta l’umanità. All’origine non ci sono cristiani e
non cristiani, ma c’è l’uomo, maschio e femmina, quindi, è l’intera umanità che
è chiamata a custodire il creato. La custodia è la chiamata a una
responsabilità morale che investe ogni essere umano, in particolare i
cristiani. Questo atto è molteplice: “ siamo chiamati a custodire Cristo nella
nostra vita, per custodire gli altri, per custodire il creato”. Seguendo gli insegnamenti di Papa Francesco,
concretamente, è importante custodire le persone, ogni persona, e averne cura
con amore. Avere cura l’uno dell’altro in famiglia, nella scuola, nella città,
nei luoghi di lavoro, in parrocchia, in ogni luogo dove ci sono persone. È
importante vivere con cura e sincerità tutte le relazioni, che sono un
reciproco custodirsi nella confidenza, nel rispetto e nel bene. Non dobbiamo
mai guardare a quello che potrebbe dividerci, ma a ciò che ci unisce, quello
che ci fa essere figli, fratelli, amici in Cristo, per Cristo e con Cristo!
Siamo chiamati, allora, a riflettere, seriamente, sull’importanza di “custodire
e coltivare la vita”, per essere responsabili gli uni degli altri. «L’uomo è custode del creato, dell’altro e di
Dio, Egli, a sua volta, custodisce l’uomo in modo particolare nel suo Popolo,
la Chiesa dell’Amore.». “Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo figlio
unigenito”. Ai battezzati è chiesto soltanto di essere testimoni di questo
amore, adulti significativi, corresponsabili nell’opera di evangelizzazione.
Questa chiamata per i soci di Azione Cattolica rappresenta l’ordinarietà della realtà
associativa che si dipana nella quotidianità della vita, vissuta in tutte le
relazioni con impegno e servizio per il bene comune. L’Azione cattolica è
chiamata, in forza della sua singolare forma di ministerialità laicale, a farsi
custode del mondo, per “abitarlo da figli” responsabili sempre al servizio
dell’uomo, della Chiesa, dell’educazione, in comunione con tutti gli uomini e i
nostri pastori.
giovedì 18 aprile 2013
TESTE PIENE O TESTE BEN FATTE?
La società della
conoscenza, della globalizzazione, quella digitalizzata e del web 2.0 esige che
sia superata la ristretta concezione di alfabetizzazione che ha caratterizzato
il mondo della scuola e della formazione nel secolo scorso. Non basta più saper
leggere e far di conto, alle persone è chiesto di possedere nuove conoscenze,
abilità e competenze. Secondo la comunità internazionale, oggi, non si può più
parlare di dicotomia tra analfabeti e persone istruite. Infatti, si concepisce
il processo di acculturazione come un insieme di apprendimenti con diversi
livelli e modalità in riferimento ai differenti contesti. L’Unesco definisce
l’alfabetizzazione come: «l’abilità di
identificare, comprendere, interpretare, comunicare e calcolare, utilizzando
materiali scritti e stampati, associandoli a diversi contesti». Dunque,
bisogna collocare il progetto di alfabetizzazione all’interno di un programma
di “Educazione per tutti e per ciascuno”. Per questo motivo si parla di
educazione permanente e di apprendimento per tutta la vita. In altre parole,
l’educazione integrale di ogni persona per tutta la vita chiede che i bambini,
i ragazzi, i giovani e gli adulti possono esercitare il diritto a una
formazione capace di rispondere alle esigenze primarie di apprendimento. Il paradigma
pedagogico “dell’apprendimento per tutta la vita”, cerca di rispondere alle
esigenze dei singoli, ma anche delle famiglie, dei luoghi di lavoro, delle
comunità, delle società civili, degli stati. Quindi, investire sull’educazione
e nella formazione vuol dire investire sul nostro futuro e su quello delle
future generazioni. La scuola di domani non deve puntare sulla massificazione
dell’alfabetizzazione-Teste piene- ma sulla diversificazione e qualificazione
dei processi educativi e formativi-Teste ben fatte- non è la quantità delle
conoscenze che fa di un alunno una “Testa ben fatta”, ma la sua capacità di
mobilitare le conoscenze e le abilità che ha imparato. In altre parole,
puntando sulla qualità del processo d’insegnamento-apprendimento s’investe
sulla possibilità di formare persone competenti, motivati alla riuscita e
all’altezza del compito che chiede la società del XXI secolo agli uomini e alle
donne del terzo millennio. La sfida si gioca tutta sul terreno dell’istruzione,
della formazione e dell’educazione. Pertanto, formare Teste ben fatte, per gli
educatori, vuol dire raccogliere il “guanto” di sfida del minimalismo e
dell’oscurantismo culturale, della massificazione e della superficialità
formativa che il potere occulto di una società liberista ha lanciato agli
uomini veri di questo nuovo millennio. Sul piano pratico, la realizzazione di
azioni efficaci per rispondere, in maniera adeguata, al variegato universo dei
bisogni formativi rimanda, necessariamente, all’adozione di una politica di
alfabetizzazione sostenuta da un corpo di norme e risorse. Le politiche
comunitarie devono indicare, anche, le strategie fattibili per l’attuazione
normativa e la valorizzazione delle risorse umane, strumentali e strutturali.
In pratica, le politiche comunitarie per essere realistiche devono attenzionare
i seguenti aspetti: la formulazione di adeguati e validi curriculi, la
preparazione di operatori competenti, la promozione d’idonei ambienti di
apprendimento, la predisposizione di validi strumenti di rilevazione per la
verifica, il monitoraggio e la valutazione dei processi educativi e formativi. Infine,
la complessità dell’attuale società richiede che gli interventi di
alfabetizzazione primaria e secondaria, non siano lasciati in mano a persone
poco idonei. Agli operatori si chiede competenza e professionalità acquisibili
attraverso una qualificata e permanente formazione. Formare teste troppo piene,
oggi, significa avere a che fare con teste vuote di competenze; al contrario, formare
teste ben fatte vuol dire avere a che fare con persone in grado di mobilitare
le giuste conoscenze e abilità per affrontare la vita e la complessità di una
società sempre più in crisi di valori. Per formare “Teste ben fatte” bisogna
attivare un processo d’insegnamento-apprendimento significativo che attraverso
le conoscenze e le abilità conduce alla formazione di “uomini nuovi”. In sintesi, agli alunni non servono troppe
conoscenze, ma le mappe e gli strumenti per navigare nel mare della
complessità.
lunedì 6 agosto 2012
La leggenda cherokee
Non si può lottare con se
stessi, è importante che ci sia un equilibrio interiore fra l’Io e il
Super-Io, altrimenti la persona s’indebolisce e non riesce a contrastare ciò
che succede all’esterno di sé. La lotta interiore tra io e super-io non ci
permette di ascoltare la voce della coscienza, perché troppo impegnati a
evitare che l’io prevarichi sul super-io o viceversa. Il giusto equilibrio
interiore conduce la persona verso il bene comune. La leggenda del capo indiano
Cherokee ci aiuta a capire che se do da mangiare solo al lupo buono quello nero
mi si rivolta contro, allo stesso modo se nutro eccessivamente quello nero, non
solo quello bianco mi contrasterà, ma anche il mondo esterno mi si rivolta
contro. La pace interiore fra Io e Super-Io ci fa essere adulti significativi,
corresponsabili verso il mondo e promotori di bene!
Una vecchia leggenda cherokee racconta che un giorno il capo di un
grande villaggio decise che era arrivato il momento di insegnare al
nipote preferito cosa fosse la vita. Lo porta nella foresta, lo fa
sedere ai piedi di un grande albero e gli spiega:
“Figlio mio, si combatte una lotta incensante nella mente e nel cuore
di ogni essere umano. Anche se io sono un saggio e vecchio capo, guida
della nostra gente, quella stessa lotta avviene dentro di me. Se non ne conosci l’esistenza, ti spaventerai e non saprai mai quale direzione prendere; magari,
qualche volta nella vita vincerai, ma poi, senza capire perché,
all’improvviso ti ritroverai perso, confuso e in preda alla paura, e
rischierai di perdere tutto quello che hai fatica tanto a conquistare.
Crederai di fare le scelte giuste per poi scoprire che erano
sbagliate. Se non capisci le forze del bene e del male, la vita
individuale e quella collettiva, il vero sé e il falso sé, vivrai sempre
in grande tumulto.
È come se ci fossero due grandi lupi che vivono dentro di me: uno bianco, l’altro nero.
Il lupo bianco è buono, gentile e innocuo; vive in armonia con tutto
ciò che lo circonda e non arreca offesa quando non lo si offende. Il
lupo buono, ben ancorato e forte nella comprensione di chi è e di cosa è
capace, combatte solo quando è necessario e quando deve proteggere se
stesso e la sua famiglia, e anche in questo caso lo fa nel modo giusto;
sta molto attento a tutti gli altri lupi del suo branco e non devia mai
dalla propria natura.
Ma c’è anche un lupo nero che vive in me, ed è molto diverso:
è rumoroso, arrabbiato, scontento, geloso e pauroso. Le più piccole
cose gli provocano accessi di rabbia; litiga con chiunque,
continuamente, senza ragione. Non riesce a pensare con chiarezza poiché
avidità, rabbia e odio in lui sono troppo grandi. Ma è rabbia impotente,
figlio mio, poiché non riesce a cambiare niente. Quel lupo cerca guai
ovunque vada, perciò li trova facilmente; non si fida di nessuno quindi
non ha veri amici.
A volte è difficile vivere con questi due dentro di me, perché entrambi lottano strenuamente per dominare la mia anima.”
Al che, il ragazzo chiede ansiosamente: “Quale dei due lupi vince, nonno?”
Con voce ferma, il capo risponde:
“Tutti e due, figlio mio. Vedi, se scelgo di nutrire
solo il lupo bianco quello nero mi aspetta al varco per approfittare di
qualche momento di squilibrio, o in cui sono troppo impegnato e non
riesco ad avere il controllo di tutte le mie responsabilità, e
attaccherà il lupo bianco, provocando così molti problemi a me e alla
nostra tribù; sarà sempre arrabbiato e in lotta per ottenere
l’attenzione che pretende. Ma se gli presto un po’ di attenzione perché
capisco la sua natura, se ne riconosco la potente forza e gli faccio
sapere che lo rispetto per il suo carattere e gli chiederò aiuto se la
nostra tribù si trovasse mai in gravi problemi, lui sarà felice e anche
il lupo bianco sarà felice ed entrambi vincono. E tutti noi vinciamo.”
Confuso, il ragazzo chiede:
“Non capisco, nonno, come possono vincere entrambi?”
Il capo continua:
“Vedi, figlio mio, il lupo nero ha molte importanti qualità di cui posso aver bisogno in certe circostanze:
è temerario, determinato e non cede mai; è intelligente, astuto e
capace dei pensieri e delle strategie più tortuose, caratteristiche
importanti in tempo di guerra. Ha sensi molto acuti e affinati che
soltanto chi guarda con gli occhi delle tenebre può valorizzare. Nel
caso di un attacco, può essere il nostro miglior alleato.”
Poi il capo tira fuori due pezzi di carne dalla sacca e li getta a terra, uno a sinistra e uno a destra. Li indica e dice:
“Qui alla mia sinistra c’è il cibo per il lupo bianco, e alla mia destra il cibo per il lupo nero. Se
scelgo di nutrirli entrambi, non lotteranno mai per attirare la mia
attenzione e potrò usare ognuno nel modo che mi è necessario.
E, dal momento che non ci sarà guerra tra i due, potrò ascoltare la voce
della mia coscienza più profonda e scegliere quale dei due potrà
aiutarmi meglio in ogni circostanza.
Vedi, figlio mio, se capisci che ci sono due grandi forze
dentro di te e le consideri con uguale rispetto, saranno entrambi
vincenti e convivranno in pace; e la pace, figlio mio, è la missione dei
cherokee, il fine ultimo della vita. Un uomo che ottiene la pace
interiore ha tutto; un uomo che è lacerato dalla guerra che si combatte
dentro di lui, è niente.”
sabato 10 marzo 2012
EDUCARE "NELL'ERA DIGITALE". LA MEDIAEDUCATION

Nell’attualità quotidiana, spesso, si sente parlare di nuove frontiere della comunicazione o di nuovi media, come i social network (Facebook, Twitter, ecc.) molti sono quelli che ne parlano. Parlare di nuovi media da semplici fruitori non sempre significa parlarne da competenti. Il rischio è quello di un generico entusiasmo o di un puerile scetticismo. L’atteggiamento più adeguato deve essere quello di persone competenti, come il pedagogista, ad esempio, il quale cerca di cogliere la dimensione educativa nelle cose che riguardano l’uomo, sia nella vita reale, sia in quella virtuale. Gli esperti parlano di "Famiglia digitale", perché il cellulare e i social network stanno assumendo un ruolo predominante nella relazione familiare. Tramite i nuovi media la famiglia può restare sempre connessa, ricongiungersi, estendere le proprie interazioni sociali (pensiamo alle amicizie in Facebook). Di fronte a questo scenario, nella logica digitale, si possono evidenziare delle fragilità che insidiano alcuni ambiti fondamentali della vita sociale:
1. sentiamo, spesso, dire che il tempo non basta, la perenne connettività prolunga il tempo lavorativo oltre i limiti della ferializzazione, invadendo anche il tempo festivo, ma anche il cosiddetto tempo libero, quando non ho niente da fare messaggio, navigo, videogioco, ecc.;
2. nell'era digitale cambia il rapporto tra dentro e fuori. La comunicazione con i nuovi media si presenta più facile, rapida, efficace. Di conseguenza, a un’eccessiva privacy degli adulti si contrappone una fuga dal privato dei giovani (vedi Facebook).
3. A livello relazionale la comunicazione è rapida, frammentaria, superficiale.
Tutti siamo chiamati a confrontarci quotidianamente con la realtà digitale, anche se a molti questo può non piacere. Penso che non paga né un eccessivo surriscaldamento affettivo, essere troppi remissivi, né l'effetto tenaglia o, peggio, assumere una posizione preconcetta, in base alla quale, comunque, si proibisce l'uso dei nuovi media. Mi pare importante, invece, promuovere una pedagogia dialogica che, nell'ottica della contrattazione, consente al genitore, ma anche all'educatore, di mantenere il suo diritto all'asimmetria educativa, contemporaneamente, permette di promuovere la responsabilità dei figli, ponendoli nella condizione di acquisire la consapevolezza di ciò che è buono e di quello che non lo è. Dunque, nell'era digitale, nei confronti dei nuovi media la proposta pedagogica valida è quella della "Mediaeducation", in altri termini, c'è bisogno di educare ai media e con i media. L'espressione "media educativi" si riferisce a un'ampia area di pratiche pedagogiche, didattiche e di ricerca che si possono ricondurre all'educazione con e ai media. L'educazione con i media riguarda la dimensione strumentale, cioè, quella concernente l’uso delle tecnologie e dei media nella prassi didattica o in quella educativa e formativa. L'educazione ai media si riferisce alla dimensione tematica e di contenuto, quella che appartiene all'educazione mediale, in questo caso ciò che interessa gli educatori sono i messaggi che si applicano ai media o che si veicolano attraverso questi nuovi “spazi sociali”. Il termine media, sostengono diversi autori, vive di una certa ambiguità semantica. Può essere inteso come mezzo e strumento della comunicazione o come protesi del corpo, secondo quanto sostiene McLuhan. In altri casi, il termine "media" si riferisce a ciò che sta in mezzo, che è mediano. Secondo questa accezione il "media" si qualifica come spazio di negoziazione di significati, come luogo simbolico dove si affermano percorsi educativi e dialettici, interpretazioni e manipolazioni ideologici. Nell'attuale contesto sociale le tecnologie si presentano come servizi, più che strumenti, pertanto, in forza del diffuso processo di convergenza digitale coincidono sempre di meno con uno specifico medium. Quindi, i nuovi media e le nuove tecnologie si prestano a funzionare, sia come oggetto, sia come supporto del processo educativo e didattico. Di conseguenza, media e tecnologie nella società incrociano l'educazione, la formazione e il mondo produttivo. Alla luce di quanto è stato detto, mi pare importante evidenziare che la Mediaeducation si qualifica come disciplina scolastica e accademica, non semplicemente come prassi didattica, proponendosi come un valido ausilio nella formazione e nell’educazione degli educatori, degli studenti e di quanti si occupano dei processi educativi. Per fare solo un esempio, pensiamo a quanto potrebbe essere fruttuoso, per la formazione dei futuri insegnanti di religione, degli operatori di pastorale e dei catechisti, inserire la Mediaeducation nel piano di studi dell'Istituto Superiore di Scienze Religiose o nella formazione dei futuri sacerdoti. Oggi, ci troviamo immersi in una società complessa, in un “mare sociale” sempre più liquido, spesso in tempesta. Per orientare le nuove generazioni necessitano direzioni di senso, pedagogicamente indirizzate verso un'educazione personalista che tenga alto il valore della dignità della persona umana.
1. sentiamo, spesso, dire che il tempo non basta, la perenne connettività prolunga il tempo lavorativo oltre i limiti della ferializzazione, invadendo anche il tempo festivo, ma anche il cosiddetto tempo libero, quando non ho niente da fare messaggio, navigo, videogioco, ecc.;
2. nell'era digitale cambia il rapporto tra dentro e fuori. La comunicazione con i nuovi media si presenta più facile, rapida, efficace. Di conseguenza, a un’eccessiva privacy degli adulti si contrappone una fuga dal privato dei giovani (vedi Facebook).
3. A livello relazionale la comunicazione è rapida, frammentaria, superficiale.
Tutti siamo chiamati a confrontarci quotidianamente con la realtà digitale, anche se a molti questo può non piacere. Penso che non paga né un eccessivo surriscaldamento affettivo, essere troppi remissivi, né l'effetto tenaglia o, peggio, assumere una posizione preconcetta, in base alla quale, comunque, si proibisce l'uso dei nuovi media. Mi pare importante, invece, promuovere una pedagogia dialogica che, nell'ottica della contrattazione, consente al genitore, ma anche all'educatore, di mantenere il suo diritto all'asimmetria educativa, contemporaneamente, permette di promuovere la responsabilità dei figli, ponendoli nella condizione di acquisire la consapevolezza di ciò che è buono e di quello che non lo è. Dunque, nell'era digitale, nei confronti dei nuovi media la proposta pedagogica valida è quella della "Mediaeducation", in altri termini, c'è bisogno di educare ai media e con i media. L'espressione "media educativi" si riferisce a un'ampia area di pratiche pedagogiche, didattiche e di ricerca che si possono ricondurre all'educazione con e ai media. L'educazione con i media riguarda la dimensione strumentale, cioè, quella concernente l’uso delle tecnologie e dei media nella prassi didattica o in quella educativa e formativa. L'educazione ai media si riferisce alla dimensione tematica e di contenuto, quella che appartiene all'educazione mediale, in questo caso ciò che interessa gli educatori sono i messaggi che si applicano ai media o che si veicolano attraverso questi nuovi “spazi sociali”. Il termine media, sostengono diversi autori, vive di una certa ambiguità semantica. Può essere inteso come mezzo e strumento della comunicazione o come protesi del corpo, secondo quanto sostiene McLuhan. In altri casi, il termine "media" si riferisce a ciò che sta in mezzo, che è mediano. Secondo questa accezione il "media" si qualifica come spazio di negoziazione di significati, come luogo simbolico dove si affermano percorsi educativi e dialettici, interpretazioni e manipolazioni ideologici. Nell'attuale contesto sociale le tecnologie si presentano come servizi, più che strumenti, pertanto, in forza del diffuso processo di convergenza digitale coincidono sempre di meno con uno specifico medium. Quindi, i nuovi media e le nuove tecnologie si prestano a funzionare, sia come oggetto, sia come supporto del processo educativo e didattico. Di conseguenza, media e tecnologie nella società incrociano l'educazione, la formazione e il mondo produttivo. Alla luce di quanto è stato detto, mi pare importante evidenziare che la Mediaeducation si qualifica come disciplina scolastica e accademica, non semplicemente come prassi didattica, proponendosi come un valido ausilio nella formazione e nell’educazione degli educatori, degli studenti e di quanti si occupano dei processi educativi. Per fare solo un esempio, pensiamo a quanto potrebbe essere fruttuoso, per la formazione dei futuri insegnanti di religione, degli operatori di pastorale e dei catechisti, inserire la Mediaeducation nel piano di studi dell'Istituto Superiore di Scienze Religiose o nella formazione dei futuri sacerdoti. Oggi, ci troviamo immersi in una società complessa, in un “mare sociale” sempre più liquido, spesso in tempesta. Per orientare le nuove generazioni necessitano direzioni di senso, pedagogicamente indirizzate verso un'educazione personalista che tenga alto il valore della dignità della persona umana.
domenica 8 gennaio 2012
UN VESCOVO EDUCATORE E FILOSOFO

Il rinnovamento ecclesiale, morale, sociale e pedagogico che Mario Sturzo auspicava necessitava di una chiarezza di idee e di una solida preparazione teoretica. A cominciare dal 1915 collaborò alla “Rivista di filosofia neoscolastica” e dal 1927 al 1930 alla “Rivista di autoformazione” da lui fondata, dove affronta diversi problemi come quelli: gnoseologico, scientifico, pedagogico, estetico. Mario Sturzo concepiva la filosofia come disciplina che conduce alla fede, orientata alla vita concreta.
Dopo il richiamo della S. Sede (1931), mons. Mario imposta diversamente la sua attività di fine pensatore e di attento studioso. Cominciò ad occuparsi di mistica, di preghiera, di vita spirituale e dei problemi annessi. L’abbandono della filosofia lo portò ad interessarsi di poesia. con questo articolo vi propongo un contributo del prof. L. Patelmo sull'opera di Mons. Mario Sturzo (Clicca qui)
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